martedì 7 giugno 2011

Syria, It’s Scarier

Amina, la blogger lesbica siriana di cui avevamo parlato in questa occasione, è stata rapita dalla polizia ieri notte. Qui potete sentire la trasmissione odierna di Alaska sull'argomento.
Che tristezza, cazzo. Che tristezza.

In questo link potete trovare tutte le istruzioni per "fare pressione" sull'ambasciata siriana e chiedere il rilascio di Amina.


Aggiornamento dei giorni successivi: come ormai saprete tutti, Amina non esiste. Ne parliamo dopo. Il "che tristezza, cazzo, che tristezza" resta, ovviamente.

Allora, update sulla faccenda Amina, 14 giugno:
la notizia del rapimento è stata postata su "A gay girl in Damascus" lunedì sei, in seguito alla trasmissione di Alaska di martedì sette abbiam scritto il post qui sopra, già mercoldì otto, come riportato sempre da Alaska, erano inziati i dubbi sull'identità di Amina, dubbi via via sempre più solidi, come riportato da Alaska del dieci giugno. Poi, il 13 giugno, quando ormai tutti gli altarini erano belli che saltati, la conferma direttamente da "a gay girl in Damascus": Amina non esiste, esiste però Tom MacMaster.
E' un po' come quando dici ai bambini che non esiste babbo Natale: era una bella storia in cui credere, ma la realtà è che i doni sotto l'albero te li mettono mamma e papà.
Tutto quello che c'era da dire in merito l'ha detto Marina Petrillo nella puntata odierna di Alaska, (la potete sentire qui), e io lascio la parola a lei che, sicuramente, lo sa spiegare meglio di me. (anche Autostraddle ne ha scritto in maniera esustiva, qui il post)

Scusa non ti sento, sono alquanto occupata




Il titolo del post viene da questa canzone

Nel mondo succede anche questo: Freja Beha Erichsen e Arizona Muse. (Foto presa qui)

Cose che succedono/ sono successe/ succederanno a breve:

Non serve certo che ve lo dica io, visto che la notizia, da due giorni a questa parte, è stata urlata da una parte all'altra del globo terracqueo: Lady Gaga sarà presente all'Europride di Roma. Al momento (20 e 11 del 6 giugno) non è ben chiaro se canterà o meno, se si limiterà a sfilare o terrà anche un "comizio". In ogni caso, son cose!
A livello musicale Lady Gaga per me vale quanto qualsiasi altra sua simile: dura che quel che dura, non è decisamente il mio genere e comunque la regina incontrastata resta sempre lei, la sempiterna Madzilla. Che sia un faro per la comunità lgbt è un dato innegabile, e che l'averla portata a Roma sia un colpaccio pure.Sono contenta per il "lustro" che darà all'Europride (se la manifestazione fosse stata chiusa che so, dalla Rettore, non si avrebbe avuto lo stesso impatto, è innegabile), ed è pure innegabile che la copertura mediatica dell'evento, finora scarsina a voler usare un eufemismo, si sia moltiplicata esponenzialmente dopo l'annuncio della sua presenza. Quindi, groppuscoli di fanatici religiosi, questa è per voi: pappapero.
Canzonette discutibili a parte (eccezion fatta per Bad Romance, un capolavoro nel suo genere e protagonista di questo indimenticabile momento ) a me Gaga piace giusto in questa sobria versione:




foto presa qui

(amici, lo so anche io che ci sono foto risalenti alla scorsa estate dove non troppo sobria ballo felicissima Alejandro. Ora non stiamo a ritirarle fuori per dimostare il mio latente e inespresso amore per Lady Gaga, sono la prima ad ammettere che dopo due birrette ballerei qualsiasi cosa, anche questo)

Udite Udite, è riniziato the Real L Word! (giusto in tempo, è appeno finito Uomini e Donne). Ne potete avere un assaggino qui.
Sono felice come un bambino in un negozio di dolciumi.

E' uscito il libro di Gigola. visto con i miei occhi sabato, lasciato in libreria a causa del prezzo.In copertina c'è Lou Doillon, costa 14 euro e consta di 230 pagine.

Nell'Unità di ieri, rubrica Liberi Tutti, c'era un articolo molto interessante (ed interessante è detto senza alcuna accezione ironica) sulla lettera scritta al Papa dal forum europeo dei gruppi cristini di lesbiche, gay, bisessuali e trasgender .Lo potete leggere qui

That's all, folks. Meno quattro!

lunedì 6 giugno 2011

All the lazy dykes

Foto presa qui.


Ci siamo montate la testa.
Fomentate da una lettrice con la voglia di rimboccarsi le maniche, abbiamo aperto un altro blog , stavolta in inglese, con padrino onorario mr. Morrissey (in foto qui e lì), che ci ha fornito anche il titolo (il sottotitolo è, invece, di Elvis).
Non si tratterà di una mera traduzione di questo in quello (sebbene ci saranno sicuramente post simili), ma vuole essere un qualcosa di nuovo, pensato per e indirizzato ad un pubblico straniero (o residente all'estero).
Quindi mie care, voi che vivete a Londra, Dublino, Berlino o che: spread the word.

(Poi, in realtà noi si ha in mente un progetto ancora più ambizioso, ma ci vorrà tempo, e ancora del tempo.)

giovedì 2 giugno 2011

Mix, 31 maggio: Break my fall


Tempi duri per i lungometraggi: l'ondata di telefilm "ben fatti, con una trama avvincente, recitati a dovere, senza improbabili incroci generazionali, spesso con personaggi lgbtq " che ha investito il piccolo schermo negli ultimi anni ha travolto tutto come una valanga, creando un solco da cui è difficile prescindere.
Se per appassionarvi a, che so, Naomi ed Emily (Skins) avete circa 12 puntate a stagione, 24 in tutto, in pratica una giornata da passare téte-a-téte, per farvi piacere un film, o meglio, per far si che il film si faccia piacere da voi ha solo un'oretta e un quarto, un'oretta e mezza quando gli va bene (due? esagerazione!), ed ammettiamolo, è una faticaccia.
I telefilm hanno spostato l'asticella del gusto un po'più in là, hanno alzato la posta in gioco: i telefilm creano affezione, i telefilm continuano di anno in anno, crescono, e soprattutto, vanno veloci (a meno che non guardiate Twin Peaks, ma quello è tutt'un altro discorso).
Break my fall poteva essere un bel film, ma nel paragone con Skins (e ora vi spiego perché questo paragone è inevitabile) perde su tutta la linea, ed ha un grande, grande difetto: è lento da morire.
Gli elementi di successo c'erano tutti: le protagoniste sono lesbiche hipster al punto giusto, fanno lavori improbabili e sognando un futuro come musiciste, i loro amici sono altrettanto improbabili ed altrettanto carini, c'è la dddroga, la loro casa, è tanto carina e tanto carinamente incasinata, lo sfondo è una Londra tanto tanto carina, la colonna sonora è molto carina.
Insomma, è tutto molto molto carino, ma molto molto lento a decollare.
E qui entra in gioco il paragone con Skins: se avete "l'originale" frenetico, con una trama avvincente, due ragazze carinissime a cui è stata dedicata una bella sottotrama, inserite in un contesto di droga eccetera eccetera, ma decisamente più vivace (e soprattutto più parlato), cosa scegliereste? Quello, o la versione più lunga, meno strutturata e un filino più amatoriale?
A malincuore, ma Break my fall non mi è piaciuto molto. Gli do un sei meno meno, veramente a malincuore. Gli elementi per renderlo un bel film c'erano tutti, ma la realtà è nuda e cruda: telefilm is the new black.

Prima del film sono stati proiettati gli spot vincitori del concorso indetto da Arcilesbica Quella... piace più alle donne che agli uomini e li potete vedere qui (a noi sono piaciuti molto il primo ed il secondo classificato).
Nella giornata di ieri sono stati anche eletti i vincitori del Mix, rispettivamente:

80 Egunean per i lungometraggi (maledizione, questo non l'abbiamo visto. Mi sto mordendo le mani, spero di recuperarlo in qualche modo).

Il lupo in calzonici corti come miglior documentario, menzione speciale a We were here

Uniformadas come miglior corto, menzione spciale a Tide Imellom

Gay June però non si ferma con la fine del Mix: con la giornata di ieri si è inaugurata la settimana di eventi verso l'europride di Roma, e questo fine settimana a Milano si terrà il Queer Festival (programma completo qui).
Quanto mi piace giugno.

mercoledì 1 giugno 2011

We were here


Manifesto di Act up per la lotta all'Hiv.


Mea culpa.
A nome mio e delle altre teste del blog: è dovuto. Sappiamo di non parlare abbastanza né di Hiv/Aids né della necessità (e dei metodi) di prevenzione, soprattutto (ma non solo) per quanto riguarda il sesso occasionale. Non siamo le uniche ad avere questa pecca, ma questa non è una scusa, così come non lo è la famigerata bassa incidenza di contagio tramite il sesso "lesbico".
Non ci sono buoni motivi per rischiare. Niente, e sottolineo niente, può valere la pena del rischio, la sicurezza del pericolo.
Ce lo ha ricordato ieri, con straziante intensità, il documentario We were here di David Weissman, presentato precedentemente alla Berlinale e al Sundace Film Festival e assolutamente meritevole, per quanto mi riguarda, del premio per il miglior documentario del Festival Mix 2011, anche se non gli è stato attribuito.
Il documentario racconta gli anni della prima (e massima) diffusione del virus dell'Hiv nella San Francisco di Castro e delle Cockette, della confusione, della paura, della divisione e soprattutto della reazione della comunità queer, che si è trovata isolata in una lotta che andava ben oltre l'accettazione e i diritti civili. Nella metà degli anni ottanta e nei pieni anni novanta risultare positivo all'Hiv voleva dire soprattutto essere soli: allontanati da una società che aveva paura, spesso senza una famiglia che già si era allontanata molto tempo prima, senza speranza in una guarigione e senza nessun tipo di comprensione. In questa situazione la comunità di Castro si è stretta a se stessa e ha dimostrato tutta l'umanità e l'altruismo di cui l'uomo è capace, creando centri di assistenza, metodi di raccolta fondi, pressioni politiche per la ricerca e la diffusione delle medicine.
Quello che hanno fatto quelle persone, per la stragrande maggioranza oggi decedute, è incredibile, quello che hanno visto impensabile.
Il documentario non può darne che un'idea, estremamente dolorosa ed estremamente importante, per la quale tutti noi in sala abbiamo pianto.